Villetti: riunire i riformisti non vuol dire riunire Ds e Margherita

14 aprile 2007

"Il fatto che il Presidente del Consiglio - ha affermato Roberto Villetti -  nel corso del suo intervento - sia venuto da noi a dirci quello che pensa è di notevole importanza. Conferma i rapporti amichevoli che ci sono stati sempre tra di noi. Tutti si saranno però resi conto che tra ciò che pensiamo noi e ciò che pensa Prodi sul Pd ci sono punti di contatto ma anche un evidente divario. Tuttavia abbiamo notato che a differenza di altri, l’atteggiamento di Prodi è rispettoso delle nostre idee e delle nostre convinzioni. È ciò che noi pretendiamo da tutti i nostri alleati. Ma è ciò che non tutti i nostri alleati stanno facendo. Noi abbiamo chiaramente detto che siamo stati molto interessati al progetto dell’Ulivo, che ci siamo mossi sempre in uno spazio riformista nelle nostre alleanza e nelle nostre intese, che riunire tutti i riformisti costituisce per noi un impegno prioritario. Riteniamo però che tra riunire tutti i riformisti e riunire la Margherita e i Ds, ci sia una profonda differenza".

La sintesi dell'intervento di Roberto Villetti

Questo nostro congresso, a cominciare dalla relazione di Enrico Boselli, ha il merito di riproporre con forza l’unità socialista e di aprire un confronto sul destino della sinistra italiana. Dal dibattito di oggi abbiamo capito che finalmente questo traguardo è ormai vicino. E non è un ritorno al passato. Dobbiamo sicuramente affrontare le difficoltà di un bipolarismo bastardo tuttavia una cosa è certa che stare a sinistra non è bastardo ma è giusto. Sappiamo bene che, se dovessimo concorrere per avere un premio su qual è la migliore storia politica in Italia noi potremmo sicuramente vincerlo. Tutti noi sappiamo bene quale è stato il contributo del socialismo italiano. Esisteva un’Italia profondamente arretrata che noi abbiamo contribuito a cambiare. Purtroppo i mali del nostro Paese non sono stati affatto eliminati. Per andare alle nostre radici e riscoprire le nostre convinzioni, i nostri sentimenti non c’è bisogno di aprire libri di storia. È sufficiente dare uno sguardo ai giornali. Proprio oggi su tutti i quotidiani c’è in primo piano la notizia di una vera e propria strage che è avvenuta ieri con quattro morti sul lavoro. Uno dopo l’altro. Prima a Genova, poi a Concorezza, in provincia di Milano, quindi a Priverno, a Latina e poi a Vedizzole a Brescia. Purtroppo questa lunga filiera di sangue non si è arrestata perché questa mattina a Messina e a Cagliari ci sono stati altri due morti. A Genova si è scatenata l’ira dei camalli che hanno bloccato il porto. Il grido era drammatico e semplice: “Si muore per mille euro al mese”. Ieri nella sua relazione Boselli citando un articolo del “Sole 24 ore” ha parlato dei compensi dei vertici delle grandi aziende italiane. C’è un abisso tra l’insicurezza che ancora provoca incidenti mortali e l’agiatezza e la ricchezza delle classi dirigenti. Riscoprire il tema del lavoro, della perdita del potere d’acquisto di stipendi e di salari, delle condizioni di precarietà nelle quali si trovano larga parte delle nuove generazioni non è per noi un’invenzione del momento. E ritorna ancora drammaticamente il tema del lavoro nel conflitto che c’è stato a Milano tra la comunità cinese e la polizia. Certo esiste un problema di regole che vanno rispettate da tutti. E tuttavia sul lavoro ritorna un contrasto che non è solo nazionale ma fa affiorare ciò che significa una società multietnica. Cambiano tutti i paradigmi con i quali si è affrontato il problema del lavoro. La globalizzazione non è qualche cosa che sta in cielo ma bussa continuamente alle porte di casa nostra. L’Italia è in evidente affanno. Riesce a competere solo in pochi settori maturi e nel campo dell’ideazione. È in gravissimo ritardo nel campo delle alte tecnologie dove invece di andare avanti la crisi si approfondisce come dimostra il caso della Telecom. Noi oggi abbiamo ascoltato le parole del Presidente Prodi che ha riaffermato qui tra di noi un forte impegno per la trasformazione del Paese. Noi come si sa, abbiamo sostenuto l’azione di risanamento portata avanti con la Finanziaria. Ci attendiamo che vi sia dal parte del governo un forte impegno sul terreno dell’innovazione, della scuola, dell’università. Noi non ripetiamo stancamente la parola d’ordine della difesa della scuola pubblica, non usiamo propagandisticamente il tema dei mali del nostro sistema d’istruzione, ma vogliamo mettere al centro dell’agenda del Governo questo grande problema che è rimasto finora un po’ in secondo piano. Al Presidente del Consiglio vogliamo riconfermare la nostra piena fiducia. Noi non ci uniamo ai tanti che persino all’interno del centro sinistra si sforzano la fantasia per capire che cosa ci possa essere dopo il Governo Prodi. Il fatto che il Presidente del Consiglio sia venuto da noi a dirci quello che pensa è di notevole importanza. Conferma i rapporti amichevoli che ci sono stati sempre tra di noi. Tutti si saranno però resi conto che tra ciò che pensiamo noi e ciò che pensa Prodi sul Pd ci sono punti di contatto ma anche un evidente divario. Tuttavia abbiamo notato che a differenza di altri, l’atteggiamento di Prodi è rispettoso delle nostre idee e delle nostre convinzioni. È ciò che noi pretendiamo da tutti i nostri alleati. Ma è ciò che non tutti i nostri alleati stanno facendo. Noi abbiamo chiaramente detto che siamo stati molto interessati al progetto dell’Ulivo, che ci siamo mossi sempre in uno spazio riformista nelle nostre alleanza e nelle nostre intese, che riunire tutti i riformisti costituisce per noi un impegno prioritario. Riteniamo però che tra riunire tutti i riformisti e riunire la Margherita e i Ds, ci sia una profonda differenza. Non si può infatti costruire un partito democratico che sia per metà laico e per metà clericale. La laicità non è un principio negoziabile. Sappiamo ad esempio, che Prodi a differenza di Rutelli è andato a votare per il referendum sulla fecondazione assistita. Rutelli è stato accondiscendente, mentre Prodi è stato un disubbidiente. Alle gerarchie ecclesiastiche è piaciuto l’atteggiamento di Rutelli mentre hanno considerato Prodi quasi un eretico. Noi ci sentiamo più disponibili a fare l’unità riformista con gli eretici piuttosto che con coloro che sono di buon comando per le gerarchie ecclesiastiche italiane. Loro pensano che stanno costruendo insieme lo stesso tipo di Partito democratico. Non è così! Sembra che ci sia un progetto comune. In realtà sono in campo aspirazioni, idee elaborazioni, completamente diverse. C’è chi immagina, come Prodi e Parisi, il modello di un partito aperto con gli apporti più diversi con una mobilitazione intellettuale e sociale, con un coinvolgimento dei cittadini attraverso primarie e referendum, e chi pensa invece, come Rutelli e Fassino, di mettere insieme due nomenclature, due apparati, due tesseramenti, con la speranza di mettere insieme anche due elettorati. … magari con l’aiuto di una legge elettorale che metta fuori gioco i concorrenti a cominciare dai più piccoli... A differenza di Prodi, noi ci siamo fatti l’idea che a prevalere non sia affatto l’Ulivo così come anche a noi interessava, ma una pura e semplice unificazione tra Margherita e Ds. I Ds portano la propria storia a confluire nel Partito democratico saltando a piè pari una compiuta trasformazione socialdemocratica. Mentre la Margherita si presenta all’appuntamento con una propria identità politica, culturale e anche confessionale, i Ds arrivano all’appuntamento storico senza sapere più chi sono. Quel cammino socialdemocratico era iniziato formalmente con l’adesione del Pds all’Internazionale socialista quando Craxi, con tutte le incertezze e le riserve che anche lui nutriva, aveva favorito. Abbiamo visto dopo, quanto gli sono stati riconoscenti, tanto da averlo inserito oggi, con appena un po’ di ritardo, nel nella galleria degli antenati del nascente Partito democratico. Lo scioglimento dei Ds è un vero e proprio terremoto per tutta la sinistra italiana e ne abbiamo avuto autorevole e appassionata testimonianza negli interventi di stamattina, di Mussi e di Angius e in quello di oggi pomeriggio di Caldarola. Noi siamo assolutamente lontani da essere dei ciechi dogmatici. Ieri avete ascoltato il presidente Rasmussen che ci ha detto con chiarezza come la pensa. Ha ammonito Rutelli che aveva proposto di far uscire dal gruppo i democratici di sinistra, dal partito socialista europeo per formare una delegazione nazionale italiana. Poi Rasmussen ha risposto in maniera netta: “Dimenticatelo!”. Lo ha detto a Rutelli, ma chi decide non è Rutelli. È Fassino. Noi in quel gruppo ci siamo e ci resteremo! E’ in questa situazione, dove c’è un grande sbandamento, su valori principi storie identità che riemerge con una forza straordinaria una questione che era stata data per morta e sepolta nel 1992, nel 1993, nel 1994 dalla maggioranza della sinistra italiana: la questione socialista! E noi che con coerenza, costanza, tenacia, abbiamo mantenuta viva la presenza politica dei socialisti, non vogliamo perdere, e non perderemo quest’appuntamento. Come diceva Nenni: “Non bisogna mancare agli appuntamenti con la storia”. In questi tredici anni che ci separano da quella bella giornata di sole, piena di tristezza e piena di speranze perché si scioglieva il Psi, ma nasceva il Si, abbiamo sempre camminato assieme con Ottaviano del Turco, cosi come con Boselli. Proprio qui a Fiuggi nel ’98, siamo riusciti a creare una maggiore unità con Ugo Intini e Gianfranco Schietroma. Siamo tornati di nuovo a Fiuggi per mettere definitivamente fine alla diaspora socialista e realizzare proprio quell’obiettivo che ci eravamo proposti quando fu scattata quella foto che è stata citata da Del Turco. Non si può dare una lettura per questi anni difficili, e per certi versi dolorosi della storia socialista come una sorta di corso di sopravvivenza. Noi non abbiamo affatto proceduto a zig zag come ha detto anche Enrico Boselli. Abbiamo mantenuto la nostra collocazione nella sinistra italiana, nel socialismo democratico europeo e nell’Internazionale socialista. Abbiamo fatto sempre alleanze con formazioni riformiste. Avremmo voluto che queste intese si potessero sommare per riuscire a creare una formazione che contasse di più nella politica italiana. Se abbiamo raggiunto qualche risultato che ci ha portato ad avere importanti ruoli nel Parlamento, nel Governo, nelle Regioni, è perché siamo stati sempre uniti. L’ultima esperienza è quella della RnP. Non è stata una stravaganza, perché di tentativi di realizzare forme di unità, e comunque di azione comune tra i radicali e i socialisti, è costellata tutta la nostra storia. Se abbiamo raggiunto dei risultati come quello di una legge sul divorzio e sull’aborto, è perché c’è stata l’unità di radicali e socialisti nel combattere per l’allargamento dei diritti civili. E ricordo che tutto ciò probabilmente non sarebbe stato possibile senza Marco Pannella e Loris Fortuna. Di tutte le alleanze che abbiamo fatto quella con i radicali è stata quella più vicina alle corde del socialismo italiano e la più entusiasmante tra tutte quelle che abbiamo fatto nel corso di tanti anni. Noi non ci accingiamo a chiudere come ha detto Boselli, ma aprire un cantiere più vasto. Lo dico alla compagna Emma Bonino. Il rafforzamento dei socialisti non è un indebolimento dei radicali e tantomeno della RnP. Noi non possiamo considerare un’esperienza che riteniamo ancora valida sul piano parlamentare e di governo come un traguardo, quando si apre la possibilità di aprire un grande confronto che riguarda il destino della sinistra italiana. La storia del socialismo italiano non è cominciata con la RnP e non finisce con la RnP. E tante volte in momenti di crisi del socialismo italiano ci si è rivolti a Marco Pannella perché ci sostenesse nelle nostre comuni battaglie. Qualcuno ci accusa di aver fatto troppi matrimoni. V Congresso Sdi – Fiuggi Roberto Villetti Questo nostro congresso, a cominciare dalla relazione di Enrico Boselli, ha il merito di riproporre con forza l’unità socialista e di aprire un confronto sul destino della sinistra italiana. Dal dibattito di oggi abbiamo capito che finalmente questo traguardo è ormai vicino. E non è un ritorno al passato. Dobbiamo sicuramente affrontare le difficoltà di un bipolarismo bastardo tuttavia una cosa è certa che stare a sinistra non è bastardo ma è giusto. Sappiamo bene che, se dovessimo concorrere per avere un premio su qual è la migliore storia politica in Italia noi potremmo sicuramente vincerlo. Tutti noi sappiamo bene quale è stato il contributo del socialismo italiano. Esisteva un’Italia profondamente arretrata che noi abbiamo contribuito a cambiare. Purtroppo i mali del nostro Paese non sono stati affatto eliminati. Per andare alle nostre radici e riscoprire le nostre convinzioni, i nostri sentimenti non c’è bisogno di aprire libri di storia. È sufficiente dare uno sguardo ai giornali. Proprio oggi su tutti i quotidiani c’è in primo piano la notizia di una vera e propria strage che è avvenuta ieri con quattro morti sul lavoro. Uno dopo l’altro. Prima a Genova, poi a Concorezza, in provincia di Milano, quindi a Priverno, a Latina e poi a Vedizzole a Brescia. Purtroppo questa lunga filiera di sangue non si è arrestata perché questa mattina a Messina e a Cagliari ci sono stati altri due morti. A Genova si è scatenata l’ira dei camalli che hanno bloccato il porto. Il grido era drammatico e semplice: “Si muore per mille euro al mese”. Ieri nella sua relazione Boselli citando un articolo del “Sole 24 ore” ha parlato dei compensi dei vertici delle grandi aziende italiane. C’è un abisso tra l’insicurezza che ancora provoca incidenti mortali e l’agiatezza e la ricchezza delle classi dirigenti. Riscoprire il tema del lavoro, della perdita del potere d’acquisto di stipendi e di salari, delle condizioni di precarietà nelle quali si trovano larga parte delle nuove generazioni non è per noi un’invenzione del momento. E ritorna ancora drammaticamente il tema del lavoro nel conflitto che c’è stato a Milano tra la comunità cinese e la polizia. Certo esiste un problema di regole che vanno rispettate da tutti. E tuttavia sul lavoro ritorna un contrasto che non è solo nazionale ma fa affiorare ciò che significa una società multietnica. Cambiano tutti i paradigmi con i quali si è affrontato il problema del lavoro. La globalizzazione non è qualche cosa che sta in cielo ma bussa continuamente alle porte di casa nostra. L’Italia è in evidente affanno. Riesce a competere solo in pochi settori maturi e nel campo dell’ideazione. È in gravissimo ritardo nel campo delle alte tecnologie dove invece di andare avanti la crisi si approfondisce come dimostra il caso della Telecom. Noi oggi abbiamo ascoltato le parole del Presidente Prodi che ha riaffermato qui tra di noi un forte impegno per la trasformazione del Paese. Noi come si sa, abbiamo sostenuto l’azione di risanamento portata avanti con la Finanziaria. Ci attendiamo che vi sia dal parte del governo un forte impegno sul terreno dell’innovazione, della scuola, dell’università. Noi non ripetiamo stancamente la parola d’ordine della difesa della scuola pubblica, non usiamo propagandisticamente il tema dei mali del nostro sistema d’istruzione, ma vogliamo mettere al centro dell’agenda del Governo questo grande problema che è rimasto finora un po’ in secondo piano. Al Presidente del Consiglio vogliamo riconfermare la nostra piena fiducia. Noi non ci uniamo ai tanti che persino all’interno del centro sinistra si sforzano la fantasia per capire che cosa ci possa essere dopo il Governo Prodi. Il fatto che il Presidente del Consiglio sia venuto da noi a dirci quello che pensa è di notevole importanza. Conferma i rapporti amichevoli che ci sono stati sempre tra di noi. Tutti si saranno però resi conto che tra ciò che pensiamo noi e ciò che pensa Prodi sul Pd ci sono punti di contatto ma anche un evidente divario. Tuttavia abbiamo notato che a differenza di altri, l’atteggiamento di Prodi è rispettoso delle nostre idee e delle nostre convinzioni. È ciò che noi pretendiamo da tutti i nostri alleati. Ma è ciò che non tutti i nostri alleati stanno facendo. Noi abbiamo chiaramente detto che siamo stati molto interessati al progetto dell’Ulivo, che ci siamo mossi sempre in uno spazio riformista nelle nostre alleanza e nelle nostre intese, che riunire tutti i riformisti costituisce per noi un impegno prioritario. Riteniamo però che tra riunire tutti i riformisti e riunire la Margherita e i Ds, ci sia una profonda differenza. Non si può infatti costruire un partito democratico che sia per metà laico e per metà clericale. La laicità non è un principio negoziabile. Sappiamo ad esempio, che Prodi a differenza di Rutelli è andato a votare per il referendum sulla fecondazione assistita. Rutelli è stato accondiscendente, mentre Prodi è stato un disubbidiente. Alle gerarchie ecclesiastiche è piaciuto l’atteggiamento di Rutelli mentre hanno considerato Prodi quasi un eretico. Noi ci sentiamo più disponibili a fare l’unità riformista con gli eretici piuttosto che con coloro che sono di buon comando per le gerarchie ecclesiastiche italiane. Loro pensano che stanno costruendo insieme lo stesso tipo di Partito democratico. Non è così! Sembra che ci sia un progetto comune. In realtà sono in campo aspirazioni, idee elaborazioni, completamente diverse. C’è chi immagina, come Prodi e Parisi, il modello di un partito aperto con gli apporti più diversi con una mobilitazione intellettuale e sociale, con un coinvolgimento dei cittadini attraverso primarie e referendum, e chi pensa invece, come Rutelli e Fassino, di mettere insieme due nomenclature, due apparati, due tesseramenti, con la speranza di mettere insieme anche due elettorati. … magari con l’aiuto di una legge elettorale che metta fuori gioco i concorrenti a cominciare dai più piccoli... A differenza di Prodi, noi ci siamo fatti l’idea che a prevalere non sia affatto l’Ulivo così come anche a noi interessava, ma una pura e semplice unificazione tra Margherita e Ds. I Ds portano la propria storia a confluire nel Partito democratico saltando a piè pari una compiuta trasformazione socialdemocratica. Mentre la Margherita si presenta all’appuntamento con una propria identità politica, culturale e anche confessionale, i Ds arrivano all’appuntamento storico senza sapere più chi sono. Quel cammino socialdemocratico era iniziato formalmente con l’adesione del Pds all’Internazionale socialista quando Craxi, con tutte le incertezze e le riserve che anche lui nutriva, aveva favorito. Abbiamo visto dopo, quanto gli sono stati riconoscenti, tanto da averlo inserito oggi, con appena un po’ di ritardo, nel nella galleria degli antenati del nascente Partito democratico. Lo scioglimento dei Ds è un vero e proprio terremoto per tutta la sinistra italiana e ne abbiamo avuto autorevole e appassionata testimonianza negli interventi di stamattina, di Mussi e di Angius e in quello di oggi pomeriggio di Caldarola. Noi siamo assolutamente lontani da essere dei ciechi dogmatici. Ieri avete ascoltato il presidente Rasmussen che ci ha detto con chiarezza come la pensa. Ha ammonito Rutelli che aveva proposto di far uscire dal gruppo i democratici di sinistra, dal partito socialista europeo per formare una delegazione nazionale italiana. Poi Rasmussen ha risposto in maniera netta: “Dimenticatelo!”. Lo ha detto a Rutelli, ma chi decide non è Rutelli. È Fassino. Noi in quel gruppo ci siamo e ci resteremo! E’ in questa situazione, dove c’è un grande sbandamento, su valori principi storie identità che riemerge con una forza straordinaria una questione che era stata data per morta e sepolta nel 1992, nel 1993, nel 1994 dalla maggioranza della sinistra italiana: la questione socialista! E noi che con coerenza, costanza, tenacia, abbiamo mantenuta viva la presenza politica dei socialisti, non vogliamo perdere, e non perderemo quest’appuntamento. Come diceva Nenni: “Non bisogna mancare agli appuntamenti con la storia”. In questi tredici anni che ci separano da quella bella giornata di sole, piena di tristezza e piena di speranze perché si scioglieva il Psi, ma nasceva il Si, abbiamo sempre camminato assieme con Ottaviano del Turco, cosi come con Boselli. Proprio qui a Fiuggi nel ’98, siamo riusciti a creare una maggiore unità con Ugo Intini e Gianfranco Schietroma. Siamo tornati di nuovo a Fiuggi per mettere definitivamente fine alla diaspora socialista e realizzare proprio quell’obiettivo che ci eravamo proposti quando fu scattata quella foto che è stata citata da Del Turco. Non si può dare una lettura per questi anni difficili, e per certi versi dolorosi della storia socialista come una sorta di corso di sopravvivenza. Noi non abbiamo affatto proceduto a zig zag come ha detto anche Enrico Boselli. Abbiamo mantenuto la nostra collocazione nella sinistra italiana, nel socialismo democratico europeo e nell’Internazionale socialista. Abbiamo fatto sempre alleanze con formazioni riformiste. Avremmo voluto che queste intese si potessero sommare per riuscire a creare una formazione che contasse di più nella politica italiana. Se abbiamo raggiunto qualche risultato che ci ha portato ad avere importanti ruoli nel Parlamento, nel Governo, nelle Regioni, è perché siamo stati sempre uniti. L’ultima esperienza è quella della RnP. Non è stata una stravaganza, perché di tentativi di realizzare forme di unità, e comunque di azione comune tra i radicali e i socialisti, è costellata tutta la nostra storia. Se abbiamo raggiunto dei risultati come quello di una legge sul divorzio e sull’aborto, è perché c’è stata l’unità di radicali e socialisti nel combattere per l’allargamento dei diritti civili. E ricordo che tutto ciò probabilmente non sarebbe stato possibile senza Marco Pannella e Loris Fortuna. Di tutte le alleanze che abbiamo fatto quella con i radicali è stata quella più vicina alle corde del socialismo italiano e la più entusiasmante tra tutte quelle che abbiamo fatto nel corso di tanti anni. Noi non ci accingiamo a chiudere come ha detto Boselli, ma aprire un cantiere più vasto. Lo dico alla compagna Emma Bonino. Il rafforzamento dei socialisti non è un indebolimento dei radicali e tantomeno della RnP. Noi non possiamo considerare un’esperienza che riteniamo ancora valida sul piano parlamentare e di governo come un traguardo, quando si apre la possibilità di aprire un grande confronto che riguarda il destino della sinistra italiana. La storia del socialismo italiano non è cominciata con la RnP e non finisce con la RnP. E tante volte in momenti di crisi del socialismo italiano ci si è rivolti a Marco Pannella perché ci sostenesse nelle nostre comuni battaglie. Qualcuno ci accusa di aver fatto troppi matrimoni. Questo può essere vero, ma certamente non abbiamo mai fatto omicidi politici! Noi abbiamo attraversato ormai più di un decennio dal collasso del sistema politico e dalla crisi del movimento socialista. È stato un percorso nel quale noi abbiamo dimostrato una capacità di elaborazione, d’iniziativa, di cui dobbiamo andare orgogliosi. Oggi, da Fiuggi nasce la Costituente socialista. Questo è il nostro compito, anche se ci volessimo sottrarre, non potremmo farlo. Avete ascoltato questo pomeriggio, tanti compagni con i quali vogliamo riprendere finalmente una strada comune. La percorreremo con tenacia e determinazione. Noi siamo persone che ragionano che si pongono interrogativi, che hanno dubbi. Questo può essere vero, ma certamente non abbiamo mai fatto omicidi politici! Noi abbiamo attraversato ormai più di un decennio dal collasso del sistema politico e dalla crisi del movimento socialista. È stato un percorso nel quale noi abbiamo dimostrato una capacità di elaborazione, d’iniziativa, di cui dobbiamo andare orgogliosi.