13 aprile 2007
CON LA BUSSOLA SOCIALISTA
Relazione di Enrico Boselli al V Congresso Straordinario dello Sdi
Fiuggi – Palaterme 13 aprile 2007
Siamo
tornati a Fiuggi per svolgere il nostro V Congresso nazionale con uno scopo
fondamentale: unire le famiglie del socialismo italiano come premessa di una
più larga unità di tutte le formazioni riformatrici, basata su un progetto di
modernizzazione della nostra società e di affermazione dei principi di libertà,
di equità e di laicità. Il nuovo secolo si è praticamente aperto con l’attacco
alle due Torri di New York. Il fondamentalismo islamico di marca terroristica è
divenuto il nuovo pericolo incombente. La risposta data dall’amministrazione
Bush, dopo una fase nella quale sono state coinvolte le Nazioni Unite con
l’intervento contro il regime talebano di Kabul, è stata segnata da un forte
unilateralismo fino a compiere un errore gravissimo come la guerra in Iraq. I
focolai di tensione non solo non si sono attenuati ma si sono aggravati, a
partire dal conflitto tra israeliani e palestinesi. I bombardamenti del Libano,
per quanto presentati come una reazione, colpendo obiettivi civili e seminando
vittime innocenti, si sono risolti in un netto insuccesso politico e militare.
In un mondo islamico, sempre più percorso da un acceso antiamericanismo e da un
odioso antisemitismo lo Stato d’Israele è oggi davvero a rischio. Eppure in
quella zona martoriata vi sono due popoli, quello israeliano e quello
palestinese, che hanno entrambi ragione. Il terrorismo, nonostante si siano
usati persino sistemi e mezzi contrari alla civiltà giuridica come la prigione
di Guantanamo, non ha piegato la testa. In Afghanistan, dove noi italiani siamo
impegnati con una missione militare assieme ai nostri alleati, lo stato delle
cose peggiora di giorno in giorno. Capi tribù, mullah e narcotrafficanti hanno
ancora in mano la situazione. Non si è riusciti neppure a prendere
un’iniziativa per convertire, da illegali a legali, le coltivazioni di oppio,
utilizzandone la produzione su scala mondiale per estendere le terapie del
dolore, anche ai paesi più poveri, cercando così di spezzare il rapporto che
lega i capi talebani con i contadini coltivatori di papaveri. Questa tensione e
confusione dà un quadro della situazione nella quale è potuto avvenire il
rapimento del giornalista di “Repubblica” Mastrogiacomo e l’uccisione del suo
autista e del suo interprete. Noi abbiamo contrastato la speculazione politica
fatta da esponenti dell’opposizione, al limite dello sciacallaggio, su questa
vera e propria tragedia. Fini è arrivato persino ad accusare, con un falso
clamoroso, il presidente Prodi di aver minacciato Karzai di ritirare la
missione militare italiana in Afghanistan se non fossero stati rilasciati i
prigionieri richiesti dai talebani. Abbiamo, invece, apprezzato che Berlusconi
abbia corretto il tiro e gettato acqua sul fuoco delle polemiche. In questo
dramma è stata coinvolta Emergency e il suo principale animatore. Accuse
pesanti sono state rivolte da Gino Strada al governo italiano, che si spiegano
solo come reazioni di una persona esasperata e costretta ad abbandonare il
campo. In organizzazioni umanitarie si possono sempre annidare quinte colonne,
ma da qui a considerare Emergency un centro di spionaggio ce ne corre. È
probabile che l’ostilità manifestata dal governo Karzai verso Emergency sia
dovuta a posizioni politicamente ambigue, portate avanti dallo stesso Gino
Strada. Tuttavia, Gina Portella, una monzese di 37 anni, che all’Ambasciata
italiana chiamano con affettuoso rispetto “santa laica”, secondo quanto
riferisce da Kabul Lorenzo Cremonesi sul “Corriere della Sera”, ha detto: “A noi
interessa solo di curare i nostri pazienti e chiunque bussi alla porta dei 3
ospedali e dei 28 pronto soccorso sparsi nel Paese”. È questa un’opera
meritoria ispirata al giuramento di Ippocrate, per cui ogni ferito, ogni malato
va curato, che sia talebano o soldato di Kabul, pashtum o tagiko, vittima o
persecutore. Per questo motivo noi ci uniamo a tutti coloro che sperano in un
ritorno di Emergency in Afghanistan. Poco conta quello che dice politicamente
Gino Strada dalle cui posizioni siamo lontanissimi, molto quello che fa per
alleviare le sofferenze. È sempre più necessario il ruolo delle Nazioni Unite,
contando anche sulla presenza dell’Italia nel Consiglio di Sicurezza. L’Onu,
quello che lo storico militare Paul Kennedy chiama “Il Parlamento dell’uomo”,
necessita di profonde riforme. Così la stessa Nato è chiamata ad assolvere
nuovi compiti per la pace e la sicurezza dopo la fine della guerra fredda. In
questa situazione di crisi si sente sempre più bisogno di Europa. Eppure dal
fallimento del processo costituzionale, l’Unione appare incerta, spesso divisa
e quindi penalizzata. Non c’è una politica estera comune, né una politica
militare. Noi pensiamo ad un’Europa che dialoghi con gli altri paesi del mondo
e non si rinchiuda in un fortino, fatto soprattutto di sussidi ingenti
all’agricoltura e di insensibilità di fronte ai problemi dei paesi più poveri,
a cominciare.dall’Africa. I socialisti europei, sotto la guida di Rasmussen
stanno dando un forte contributo alla creazione di una nuova Europa sociale, per
riprendere lo slogan dell’ultimo congresso di Oporto del Pse. Non bisogna però
fermarsi a contemplare la propria storia e a fare della propria identità un
culto. Pietro Nenni ci ha sempre ammonito: “Rinnovarsi o perire”. Nuove sono le
sfide che ci attendono, in un’epoca nella quale domina l’incertezza e
l’insicurezza. Più che sperare nel progresso, si teme il regresso. L’aria che
respiriamo, l’acqua che utilizziamo, l’energia che consumiamo ci appaiono
sempre più risorse preziose che possono essere compromesse da uno sviluppo
insostenibile. I cambiamenti climatici suonano come un allarme per il
maltrattamento che subisce continuamente il nostro pianeta. Modernizzazione ed
ecologia non sono antagoniste, ma due facce della stessa medaglia. Senza
modernizzazione non si riuscirà mai a creare una società più equa, più libera e
più colta. Senza ecologia rischiamo di lasciare in eredità alle generazioni
future un mondo invivibile e a continuo rischio di catastrofi naturali. Il
biochimico inglese James Lovelock ha osservato: “Siamo aumentati numericamente
al punto tale che la nostra presenza sta visibilmente debilitando il pianeta,
come se fosse una malattia”. Di fronte a questa constatazione dobbiamo evitare
che prevalga il fondamentalismo ecologico che, come tutti gli altri
fondamentalismi, ha sfiducia nella scienza e nella tecnologia. L’ecologia non è
un ritorno al mito del buon selvaggio, con un regresso a società primitive dove
non esista più industria, trasporti e telecomunicazioni. Non si difende
l’ambiente senza uno sviluppo sostenibile, come affermò l’ex premier
socialdemocratico norvegese Brundtland in vista della conferenza di Rio. Ma lo
sviluppo sostenibile non coincide con una società senza crescita economica. Non
si difende l’ambiente ma solo alcuni particolarismi locali, contrapponendosi
alla costruzione di trasporti su ferro ad alta velocità. Lo si difende, invece,
limitando quelli su gomma. Sicurezza ambientale, sicurezza alimentare,
sicurezza energetica, difesa del patrimonio naturale e artistico, devono essere
ai primi posti nell’agenda dei governi. Tutelare la salute con la prevenzione e
con l’educazione per ridurre i rischi di malattia attraverso un sistema
sanitario che deve essere più efficiente ma rimanere pubblico; incentivare la
pratica sportiva ad ogni età; diffondere la cultura attraverso un potenziamento
della scuola e dell’università, favorire l’istruzione permanente. Libri,
supporti informatici, spettacoli, devono sempre di più essere alla portata di
tutti. Grandi movimenti di persone avvengono dai paesi più poveri a quelli più
ricchi. Si tratta di migrazioni bibliche che trasformano i nostri paesi in
società multietniche. Questo flusso si può e si deve regolare, ma non si può
bloccare. Non valgono le misure puramente repressive, come ha tentato di fare
la Bossi-Fini, per arrestare un fenomeno destinato a provocare grandi
cambiamenti. All’allarme suscitato soprattutto negli strati sociali più deboli
va data una risposta che non può limitarsi a un maggiore intervento della
polizia. Occorrono invece, politiche di integrazione sociale, culturale e
ambientale. Quanto è avvenuto ieri a Milano deve farci riflettere. Non
possiamo, e non vogliamo, bloccare l’afflusso di immigrati perché questo nostro
paese cresce anche grazie al loro lavoro. C’è un problema di criminalità, vero,
insidioso, pericoloso. E quando occorre, la legge deve essere fatta rispettare,
anche con la forza. Non possiamo però pensare di ributtarli in mare a cannonate
e neppure pretendere che imparino a parlare il ‘padano’. La convivenza senza
comprensione reciproca è impossibile. Lo sviluppo delle comunicazioni sta
aprendo una nuova epoca. Se la televisione ha trasformato i cittadini in
spettatori, internet può farli tornare ad essere protagonisti. Oggi tutti
vogliono essere protagonisti della società spettacolo: l’esperienza di YouTube,
il sito dove vengono depositati brevi filmati fatti artigianalmente spesso da
chi ne è protagonista, evidenzia un mutamento profondo. Non bisogna cogliere in
questi nuovi fenomeni solo gli aspetti deviati, il bullismo, la pura
provocazione, ma individuare le novità rappresentate da una diversa ed inedita
forma di socializzazione. La diffusione delle nuove tecnologie può essere
l’occasione di una grande ridistribuzione del potere. E i primi a comprenderne
l’importanza sono i giovani. Non ci si stupisca se queste novità si presentano
inizialmente come un gioco, talvolta persino violento. Sono il nuovo modo in
cui le nuove generazioni costruiscono barricate nelle strade e nelle piazze
virtuali di internet, come i loro predecessori lo facevano nelle grandi città
metropolitane e nei grandi campus universitari. Non è vero che non ci sia
voglia di partecipare, di essere protagonisti e di spendere risorse per scopi
generosi e umanitari. Purtroppo ciò che manca sono proprio i canali di
partecipazione reale. E questo fenomeno non riguarda soltanto le nuove
generazioni ma tutti, adulti ed anziani. Si vive con un senso di impotenza la
vita reale. Si cerca con un senso di onnipotenza una vita virtuale. Il pericolo
più grave è costituito dalla diffusione delle droghe pesanti. Ci si ostina in
politiche proibizioniste e in strette repressive, come è avvenuto in Italia con
la legge votata dal governo Berlusconi, che aggravano i problemi, compreso
l’affollamento delle carceri, e favoriscono solo i narcotrafficanti. Le mafie
vivono ormai soprattutto con il commercio clandestino delle droghe. È così
anche in Italia. La politica dovrebbe affrontare e risolvere questi problemi,
prima di adottare le pur necessarie misure repressive. Mai come oggi la
politica è al di sotto delle attese che vengono da tutti i cittadini. Mai la
politica è stata così fredda e distaccata rispetto ai bisogni, ai sentimenti e
ai drammi della gente. Non ci si illuda di poter soddisfare queste nuove domande
individuali con una politica che evochi i sogni, invece che indicare soluzioni
concrete: questa sarebbe solo una parodia dei tanti giochi virtuali offerti dal
mercato e giocati su una playstation sistemata su un tavolino all’interno della
propria casa. È in questo nuovo contesto che irrompe con una forza trascinante
un nuovo populismo ben diverso da quello che animava un tempo le folle
disorganizzate, le cosiddette “maggioranze silenziose”. L’obiettivo principale,
che viene preso di mira dai populisti, è proprio la politica come fondamento
della democrazia. Le armi che vengono utilizzate sono tra le più disparate e le
più sofisticate. Si fa un grande clamore per gli stipendi e i benefit della
classe politica, soprattutto da parte dei grandi gruppi economici. Si dovrebbe
invece guardare più in generale allo stato economico delle classi dirigenti. Negli
Stati Uniti nel 1980 un chief esecutive riceveva 82 volte quanto un dipendente
normale, adesso il multiplo è pari a 411. In Italia la situazione non è molto
differente. “Se non avete uno stipendio di almeno 4 milioni di euro lordi
all’anno non siete nei primi 20 dirigenti di società italiane quotate in borsa.
Se non guadagnate almeno 2 milioni e mezzo, non riuscite ad entrare nei primi
cinquanta, e, con un milione a fatica trovereste posto tra i primi
centocinquanta. Nel complesso i top cento di Piazza Affari hanno incassato nel
2006 oltre 343 milioni di euro, in crescita in media del 17% rispetto al dato
2005, circa dieci volte il tasso di inflazione in Italia. Stipendi da urlo,
quelli pagati nel 2006 dalle società ai loro amministratori delegati,
presidenti, direttori generali”. Queste affermazioni non si trovano in un
bollettino dei no-global, ma in un articolo di Gianni Dragoni, pubblicato su
“Il sole 24 Ore” che, come è noto, è il giornale della Confindustria. Di fronte
a questi stipendi gli emolumenti dei deputati e dei senatori, per non parlare
di quelli dei sindaci e degli assessori, non sembrano proprio appartenere al
mondo della classe dirigente del nostro Paese. Eppure è vero, la classe
politica è, nonostante il divario con la classe dirigente del mondo
dell’impresa, privilegiata anzi molto e troppo privilegiata. La maggior parte
dei lavoratori dipendenti guadagna tra i mille e i millecinquecento euro al
mese. Poi c’è l’esercito di quelli precari che porta a casa in un anno
solitamente molto meno. La socialdemocrazia è riuscita al governo a favorire la
crescita economica, accompagnandola con la grande conquista di civiltà,
rappresentata dallo Stato sociale. Oggi si tratta di affrontare nuove sfide che
richiedono una forte innovazione. Il capitalismo globale non va frenato nella
sua spinta formidabile alla trasformazione e allo sviluppo. Le privatizzazioni,
che sono state fatte anche in Italia, corrispondono alla necessità di uscire da
una struttura economica e finanziaria ingessata da burocrazie statali. Ma, se
si vuole evitare che i monopoli privati si sostituiscano a quelli pubblici,
occorre un forte impulso alle liberalizzazioni e regole certe sotto il
controllo di Autorità indipendenti. Per fortuna le privatizzazioni anche in
Italia come nel resto d’Europa non sono più un tabù almeno in larga parte della
sinistra. Non vengono più considerate come una politica della destra.
Finalmente abbiamo capito che sono un mezzo per accrescere efficienza e
concorrenza. Le liberalizzazioni devono però sempre accompagnare le
privatizzazioni. Liberalizzare servizi, professioni, mercati vuol dire dare una
grande opportunità ai giovani di rompere i recinti delle corporazioni, di
entrare nel mercato del lavoro per la porta principale. E questa è una cosa di
sinistra. Non si tratta solo di superare gli ordini professionali o di
liberalizzare il settore della distribuzione o quello dei taxi, ma di
contrastare efficacemente le concentrazioni monopolistiche e i cartelli
oligopolistici. Pensiamo solo al settore televisivo dove si cumulano duopolio,
conflitto d’interessi e statalismo per comprendere la portata che dovrebbe
avere in Italia un profondo processo di liberalizzazioni. In Italia è scoppiato
il caso Telecom che rappresenta un esempio di come si sia malgestita una
privatizzazione. Sin dall’inizio non ci si è posti il problema di separare la
proprietà della rete da quella dei fornitori di servizi ed ora con una riscoperta
del problema derivata da ansia per l’intervento di società straniere, se lo si
fa come lo si deve fare si rischia di passare per protezionisti. Di fronte alla
globalizzazione non si devono contrapporre rigidità. Anzi, occorre rispondere a
questi cambiamenti con una maggiore flessibilità a tutti i livelli, non solo
sul terreno dei lavori, ma anche su quello delle istituzioni sociali e
familiari. A una maggiore flessibilità nel lavoro deve corrispondere una
maggiore sicurezza sociale e non il contrario come accade oggi a tanti giovani
italiani. È per questo motivo che lo slogan della socialdemocrazia europea è,
con un neologismo anglosassone, flexsecurity. Come si sa, noi abbiamo sostenuto
il libro bianco di Marco Biagi che è stato un compagno e un amico di cui
coltiviamo sempre la memoria. Nella sua visione non c’era solo la flessibilità
ma anche la sicurezza. Troppo spesso oggi si invoca una maggiore flessibilità,
rimandando ad un’epoca successiva la determinazione di strumenti capaci di
contrastare la precarietà. I lavori possono essere flessibili, ma non lo
possono essere i redditi. Non è una cosa di poco conto rimanere senza stipendio
o senza salario anche per soli tre o quattro mesi all’anno. Noi abbiamo cercato
di porre al primo posto l’istruzione, perché consideriamo il raggiungimento
delle pari opportunità un fattore fondamentale di equità sociale. Le nostre
sollecitazioni sono spesso cadute nel vuoto, nonostante sia stata l’Europa con
l’agenda di Lisbona, tanto osannata quanto poco praticata, a fissare
innovazione, ricerca e formazione come obiettivi fondamentali. Non c’è problema
nella nostra epoca che non sia riconducibile alla scienza. Eppure proprio in
questa fase contro la scienza si erigono sempre di più fondamentalismi
religiosi di varia natura. Ci si è opposti in Italia alla ricerca sulle cellule
staminali embrionali. Ci si è opposti alla fecondazione assistita. Si guarda
con sospetto ai progressi della medicina. Si contrasta persino l’uso della
pillola abortiva, come se la donna avesse bisogno della sofferenza per
accorgersi del dramma che sta vivendo nel proprio corpo. La flessibilità
riguarda anche i rapporti tra le persone. Non si può più imporre un modello
rigido e prestabilito di relazioni tra gli individui. In un convegno alla
Camera dei deputati un gruppo di studio denominato “Vision” ha presentato ad
aprile dello scorso anno una interessante ricerca sulla “Famiglia del futuro”.
In questo lavoro di indagine si osserva: “La famiglia si sta evolvendo, ne
stanno mutando le forme, anche in maniera radicale e drammatica, ma non sta
scomparendo. Non muore la famiglia. Anzi, ne aumentano la popolarità e la
domanda. Così come aumenta il bisogno di stabilità, di sicurezza, di identità
che facciano da contrappeso ad una società sempre più veloce e sempre meno
governata. È viva, quindi, la famiglia e, tuttavia, se ne moltiplicano le forme
e se ne diversificano i modelli. Le sue configurazioni diventano numerose.
Tanto numerose, in realtà, quanti sono gli individui, anzi le relazioni
possibili tra di essi in una società a rete”. Di fronte a queste trasformazioni
profonde la Chiesa cattolica si attesta rigidamente su un modello di famiglia
tradizionale che non può andare bene per tutti. E ne è la dimostrazione più
evidente quella che vede cattolici praticanti e devoti divorziare, affrontare
convivenze di fatto, talvolta far parte di coppie omosessuali. Dalle gerarchie
cattoliche vengono sempre più ammonimenti e condanne piuttosto che comprensione
e solidarietà. Per ritrovare il valore del messaggio cristiano, bisogna
guardare ai tanti parroci e ai tanti preti che sono vicini nelle periferie
urbane o nei comuni rurali a chi è emarginato, a chi soffre, a chi vive il
dramma di una separazione e vuole farsi una nuova vita, a chi si droga per
disperazione. È in queste realtà che si capisce quanto sia simile il messaggio
cristiano e quello socialista. È una realtà lontana da privilegi, dall’8 per
mille distribuito con un meccanismo truffaldino, dalle ancora persistenti
esenzioni dell’Ici per le attività commerciali della Chiesa, dalla difesa ad
oltranza di un Concordato che va superato come regolatore dei rapporti tra lo
Stato e la Chiesa nelle moderne democrazie liberali. Missionari e volontariato
portano ovunque il messaggio cristiano, mentre il Papa filosofo interpreta
sempre più il ruolo di fustigatore dei costumi. La laicità non si contrappone
alla fede religiosa. Laico, credente o non credente, è il contrario di
fondamentalista. Una grande forza di progresso non può che avere a fondamento
una visione laica e riformista. Di ciò prendono sempre più consapevolezza non
solo esponenti politici ma larga parte del mondo intellettuale. Significativo è
l’appello del “Riformista”, diretto da Paolo Franchi, nel quale si afferma
nettamente: “I diritti civili, segnano l’epoca, parlano dell’accoglienza e
delle società multietniche, del bisogno essenziale dei diritti, doveri,
responsabilità, di rispetto e quindi di laicità”. È questa la direzione nella
quale noi ci muoviamo. La laicità come libertà è contrapposta alla violenza.
Noi vogliamo esprimere, senza se e senza ma, la nostra solidarietà nei
confronti del Cardinale Bagnasco che è stato investito da odiose e macabre
minacce. Il confronto è il sale della democrazia, mentre la violenza ne è la
tomba. La nostra società ha sempre più bisogno di libertà, di responsabilità e
di sicurezza. I giovani, incerti sul proprio futuro, sono restii a crearsi una
propria famiglia e restano a lungo a casa dei genitori, ed i genitori sono per
molti giovani l’unico ammortizzatore sociale contro la precarietà. Si sta
sempre più sviluppando una gigantesca rivoluzione demografica. Si allunga
l’attesa di vita e ciò accade in misura maggiore per le donne. Migliora la
qualità della vita con la possibilità di essere produttivi oltre i 70 anni. Non
si riesce a fare una riforma delle pensioni che, ad esclusione dei lavori
manuali, innalzi l’età pensionistica e parifichi gradualmente nel campo
previdenziale, come ha proposto Emma Bonino, la condizione della donna a quella
dell’uomo. E non si tratta di abbassare l’incidenza della spesa sociale sul
Pil, ma di ridistribuirla a favore dei giovani precari e degli anziani non
autosufficienti. Si contrasta lo scalone pensionistico, introdotto troppo
bruscamente dal governo Berlusconi, senza però accettare di trasformarlo in
tanti gradini. La verità ?Mancano i riformisti, contano poco i socialisti.
Immediatamente dopo il collasso del sistema politico noi ci siamo posti come
problema essenziale il mantenimento in Italia di una forza socialista
autonomamente organizzata. Erano in molti a pensare che nel futuro per trovare
il socialismo italiano bisognasse andare nelle biblioteche e negli archivi
storici. Il tracollo elettorale, che avevamo subito, faceva pensare a tutti che
il socialismo italiano come formazione politica minoritaria, non sarebbe
riuscito a sopravvivere. Tutto congiurava contro di noi. Avevamo di fronte
un’opinione nettamente ostile che ci addebitava tutti i mali della cosiddetta
prima Repubblica, senza riconoscerci alcun merito per le pur importanti
conquiste politiche sociali e civili che grazie a noi si erano realizzate.
Eravamo circondati dalla diffidenza, se non dall’ostilità di amici e alleati.
Fummo considerati, nella nostra pervicace determinazione a mantenere la nostra
collocazione storica e politica, una sorta di ospiti imbarazzanti nella stessa
sinistra italiana che noi abbiamo contribuito a creare sin dall’Ottocento.
Questa formazione politica socialista, che oggi è qui a fare il proprio
congresso, è una risorsa preziosa per tutta la sinistra italiana. Senza di noi,
nella sinistra mancherebbe un protagonista fondamentale che richiama oggi tutti
ad un atteggiamento rigoroso sul piano dei principi e dei valori. Noi abbiamo
sempre avuto come scopo quello di creare una larga unità di tutti i riformisti:
da quelli socialisti a quelli liberali riformatori, agli ambientalisti non
fondamentalisti e ai cristiano democratici di sinistra. Fin dall’inizio abbiamo
lavorato, per superare un panorama fatto da una Quercia contornata da cespugli,
come efficacemente descrisse la situazione un noto editorialista del “Corriere
della Sera”, Ernesto Galli della Loggia. Ci battemmo perché si creasse l’Ulivo
come seconda gamba del centro sinistra, in modo da avere un centro sinistra più
equilibrato e più credibile. Nel corso di questi lunghi tredici anni abbiamo
sviluppato un insieme di alleanze politiche ed elettorali, da quelle con
liberali riformatori, come erano “Alleanza democratica” il Patto Segni e il
gruppo di Dini. Abbiamo costruito una lista elettorale con i Verdi e, infine,
abbiamo dato vita ad un’intesa con i radicali con la nascita della Rosa nel
Pugno. Tutte queste nostre alleanze si sono mosse in uno spazio riformista. Non
siamo riusciti, però, a costruire una nuova forza politica, mettendo insieme tutti
coloro con i quali abbiamo contratto intese elettorali. Abbiamo visto
nell’Ulivo la possibilità di realizzare una grande forza riformista, laica e
democratica, attraverso un vero big bang che mettesse insieme riformisti e
diversi riformismi. Ci siamo trovati, invece, di fronte a un vero e proprio
cambiamento della natura del progetto che anche noi avevamo condiviso. Tutto
ciò è avvenuto, come si sa, quando Rutelli ha aderito all’appello del Cardinale
Ruini, allora presidente della Cei, per l’astensione al referendum sulla
fecondazione assistita e sulla libertà della ricerca. Questa scelta ha
trasformato la Margherita da prototipo dell’Ulivo a partito confessionale. Non
si è trattato di un incidente di percorso di poco conto che può essere
facilmente superato. Non si possono mettere insieme la sinistra riformista con
i cattolici integralisti che saranno protagonisti di una manifestazione
clericale di massa, mai vista nella storia d’Italia, come sarà quella del
Family Day il 12 maggio. Il Partito democratico che noi vorremmo non deve
necessariamente coincidere con la socialdemocrazia europea. Abbiamo sempre
detto che non consideravamo pregiudiziale un’adesione del Partito democratico
al Pse, poiché ritenevamo che qualsiasi forza progressista emerga nell’Europa
occidentale, non possa che avere prima o poi, un riferimento con la
socialdemocrazia europea. Pensavamo, però, che potesse essere un’esperienza più
avanzata delle socialdemocrazie europee tradizionali. Invece ci troviamo di
fronte ad una formazione che è molto più arretrata delle più tradizionali
esperienze socialdemocratiche europee. Non si è guardato, come tanti
auspicavano, oltre Oceano verso i democratici americani ma, con uno sguardo
molto più corto, oltre Tevere per costruire un partito basato su un compromesso
con il Vaticano. Con i Ds noi abbiamo avuto rapporti alterni, segnati da fasi
costruttive, come è avvenuto con la segreteria Veltroni e con il primo periodo
di quella Fassino, e da fasi polemiche, come oggi accade. Da parte dei Ds non è
mai venuto meno il desiderio di vedere definitivamente chiusa la nostra
esperienza socialista autonomamente organizzata. Oggi, però, dopo tante accuse
ai socialisti e allo stesso Craxi, ci troviamo di fronte a un vero e proprio
rovesciamento di posizioni. Siamo arrivati al punto che Fassino mette nel
Pantheon del nuovo Partito democratico tutti i principali leader socialisti,
compreso lo stesso Craxi. Noi dovremmo essere soddisfatti da questo
ripensamento. Si potrebbe osservare: meglio tardi che mai. Tuttavia ci lascia
molto perplessi che si possano mettere tra gli antesignani del Partito
democratico leader politici che in vita si sono combattuti apertamente ed
aspramente. Non abbiamo bisogno, né abbiamo mai chiesto riabilitazioni di stile
post-sovietico perché siamo stati proprio noi, con la nostra determinazione, a
consentire che la storia socialista non fosse definitivamente chiusa negli
archivi. E di questo, care compagne e cari compagni dobbiamo sentirci
orgogliosi. Siamo stati tra i primi a riflettere sugli errori che abbiamo
commesso. Non abbiamo affatto negato di aver sottovalutato non solo il valore
politico, ma anche quello morale del finanziamento illegale e irregolare alla
politica e ai partiti, con tutte le conseguenti degenerazioni negli apparati dello
Stato, nel mondo dell’economia e della finanza pubblica e privata. Non abbiamo
neppure evitato di fare una riflessione critica sull’incapacità che avemmo nel
comprendere la svolta dell’Ottantanove, che avrebbe dovuto comportare la fine
dell’alleanza con la Dc e l’avvio della costituzione di un nuovo partito
socialdemocratico con la maggioranza dell’ex Pci. Noi, a differenza di altri,
non interpretiamo la nostra storia con criteri artificiosi ed agiografici.
Sappiamo bene che si possono compiere errori ed il modo migliore per ripararli
è quello di riconoscerli apertamente. Detto questo i socialisti nella storia
della Repubblica – e quando parlo dei socialisti parlo sia di quelli di Nenni
sia quelli di Saragat – hanno svolto un ruolo fondamentale. Non voglio
ripercorrere tutte le tappe delle nostre battaglie politiche e civili. Senza i
socialisti l’Italia non avrebbe potuto avere uno Stato sociale, pur con tutte
le sue attuali inefficienze. Senza i socialisti e senza i radicali, senza
Pannella e senza Fortuna, non avremmo avuto la legge sul divorzio né quella
sull’aborto. Senza la spinta modernizzatrice di Craxi l’Italia sarebbe
diventata il fanalino di coda in Europa. Ora molti di questi meriti ci vengono
riconosciuti. Tuttavia ci sembra che lo scopo sia ancora una volta non quello
di valorizzare, ma di svuotare di significato la nostra presenza autonoma e
organizzata. Ci si appropria di tanti bei nomi del socialismo italiano solo per
dirci che ormai noi saremmo, se non dannosi, inutili. Ora, è bene chiarire che
ciascuno ha la sua storia. Luciano Violante in un suo recente libro-intervista
ha detto con un velato tono polemico: “La pretesa, di noi che veniamo dal Pci,
non può essere quella di autoarruolarci nel socialismo italiano. Non possiamo
vestire panni che non ci competono, né possiamo continuare ad affrontare il
tema costruendo un ideale galleria dei ritratti di famiglia, come se le
famiglie non fossero state due. Ed infine , per capire di che pasta è fatto
l’uomo, ha aggiunto: “La nostra pretesa, di noi che veniamo dal Pci, deve esser
quella di difendere con fermezza e onestà individuale, il patrimonio ideale e
politico del Partito comunista italiano. Gli errori li abbiamo fatti noi come
li hanno fatto gli altri partiti”. Si potrebbe commentare con una semplice
esclamazione: “Viva la sincerità!”. Noi, al contrario di quanto ci viene
solitamente attribuito, non abbiamo mai pensato che la storia del Partito
comunista italiano fosse catalogabile con quella di una pura e semplice forza
totalitaria che avesse come scopo quello di rovesciare le nostre istituzioni
democratiche. Sappiamo bene che c’era un’ambiguità di fondo nell’adesione dei
comunisti alla democrazia liberale, per lungo tempo descritta come una
democrazia borghese. Sappiamo bene che anche il Psi ha avuto nella sua storia
alcuni anni bui di stalinismo, quando toccò a Saragat rappresentare in Italia
il socialismo democratico. Abbiamo, segnalato tutti i passi e tutte le
evoluzioni che il Partito comunista ha fatto nel corso della storia d’Italia.
Non abbiamo mai pensato che Togliatti fosse la stessa cosa di Berlinguer e che
la condanna dell’invasione della Cecoslovacchia fosse un puro atteggiamento
tattico. Abbiamo sempre riconosciuto con onestà intellettuale che il Partito
comunista italiano ha avuto una sua autonomia, pur conservando un rapporto
politico con l’Urss, e ha saputo raccogliere istanze di giustizia sociale
largamente diffuse nel nostro Paese. Se non avessimo dato questo giudizio, non
avremmo mai intessuto rapporti speciali con il Pci e con dirigenti e militanti
comunisti nel mondo sindacale della Cgil e in quello delle amministrazioni
locali e regionali. Noi siamo stati e siamo in linea di principio favorevoli
all’unità di tutti i riformisti. Questo obiettivo è anzi connaturato al nostro Dna
socialista. Giuliano Amato mi ha rimproverato perché avrei abbandonato l’idea
di costruire una grande forza di progresso. Mi ha ammonito che il posto dei
socialisti è nel Partito democratico che stanno creando Fassino e Rutelli.
Ho sempre evitato le polemiche con Amato e ho sempre cercato di mantenere un
atteggiamento di amicizia e di reciproca comprensione. Francamente sono rimasto
stupito dalle sue parole. Non riesco proprio a capire come possa indicare la
rotta da seguire ai socialisti italiani chi, come Giuliano, ha sempre concepito
la sua presenza politica come un battitore libero. E come tutti i battitori
liberi porterà con sé nel Partito democratico la sua storia personale, ma non
l’eredità ideale e politica dei socialisti italiani. Il Partito democratico che
noi vorremmo ha poco da spartire con un compromesso di potere tra i Ds e la
Margherita. Questo non è il progetto che elaborarono Prodi e Parisi, ma un
compromesso storico bonsai – come ha osservato Ugo Intini – tra la tradizione
dei cattolici democratici e quella dei comunisti. Non è vero quindi che noi
avremmo operato un cambiamento a 180 gradi. Non è vero che noi saremmo contro
un qualsiasi tipo di Partito democratico. Non è vero che saremmo andati a zig
zag alla ricerca della nostra pura sopravvivenza. Noi non siamo affatto un
partito inventato, costruito sul protagonismo di un leader politico o nato da
un’invenzione di maghi della pubblicità o creato come una costola tolta da una
grande impresa italiana. Noi, piccoli o grandi che possiamo essere, affondiamo
le radici nella storia dell’Italia. Sappiamo cosa rappresentiamo, quali idee
vogliamo sostenere e teniamo conto della forza relativa che abbiamo.
È in questa situazione che riemerge con vigore la questione socialista. Non
siamo stati noi, che proveniamo dalle file del Psi e del Psdi, a risollevare il
problema costituito dalla mancanza di una grande socialdemocrazia in Italia.
Sono stati soprattutto altri che hanno vissuto con sofferenza il percorso
dell’Ulivo, o perché erano contrari in linea di principio a questa ipotesi, o
perché ne sono stati delusi. Tutto potevamo fare fuorché disinteressarci o
essere indifferenti al riemergere della questione socialista. È per noi
assolutamente conseguente aprire un dialogo con tutti coloro che si pongono
questo problema, da Emanuele Macaluso, a Lanfranco Turci, a Giuseppe Caldarola
fino alla sinistra dei Ds, a Mussi, Angius, Salvi e Zani. Non lo facciamo con
il desiderio di fomentare scissioni, ma con l’aspirazione di far sì che la
sinistra italiana non vada incontro ad un naufragio di valori e di principi.
Noi non pensiamo di doverci rinchiudere in uno spazio socialista che raccolga
solo coloro che sono stati iscritti, militanti o elettori del Psi e del Psdi.
Questa sarebbe davvero una prospettiva di corto respiro. Non pensiamo neppure
che ci si possa limitare a costruire un partito socialista più largo e con
maggiori consensi dello Sdi, aprendosi a tutti coloro che vogliono avere come
riferimento solo la socialdemocrazia europea. Siamo del parere che, bisogna
partire da un partito socialista più forte ma per allargare il confronto, le
convergenze, le alleanze e le intese con tutte quelle forze liberali e
riformatrici, radicali, ambientaliste non fondamentaliste, che non si ritrovano
nel Partito democratico come si sta costruendo. Prima di ogni altra cosa mi
rivolgo ai tutti quei compagni con cui abbiamo condiviso una lunga e
appassionata militanza nel Psi e nel Psdi a cominciare da chi è oggi qui con
noi Gianni De Michelis e il suo Nuovo psi, Bobo Craxi e Saverio Zavettieri con
il loro movimento, Rino Formica e tanti altri. Che saluto e che ringrazio
Voglio parlare a tutti coloro con cui abbiamo diviso ideali, aspirazioni e
anche delusioni e amarezze. A questi nostri compagni io dico oggi con forza che
è finito il tempo dei risentimenti. Basta con le divisioni. Basta con le
recriminazioni. Questa nostra lunga diaspora deve finire. E’ arrivato il tempo
dell’unità, ripeto U – N - I - T – A’ Oggi abbiamo questa possibilità nelle
nostre mani e non dobbiamo farcela sfuggire. Noi già con i radicali avremmo
costituito volentieri con la Rosa nel Pugno una nuova forza politica. Tutti
sanno che abbiamo creduto in questo progetto. Ci abbiamo messo passione,
entusiasmo. Lo abbiamo fatto senza risparmiarci, perché quelle idee hanno
segnato profondamente il dibattito politico, hanno fatto discutere tutto il
centrosinistra che prima era su questi temi balbettante e silenzioso. Non c’è
tema sollevato nella campagna elettorale dalla Rosa nel Pugno, a cominciare
dalla laicità dello stato, che non sia diventato un punto dell’agenda politica
di governo Però, purtroppo, non tutto è andato come avremmo desiderato Le
differenze nel modo di fare politica hanno prevalso sulle convergenze. Non
siamo qui per chiudere la Rosa nel Pugno ma per aprire un cantiere più grande.
Non c’è contrasto con quello che abbiamo fatto ma continuità. Oggi la Rosa nel
Pugno continua a vivere come gruppo parlamentare, con la sua presenza al
Governo con il ministro Emma Bonino, con il viceministro Ugo Intini, e altri
compagni E abbiamo tante battaglie da fare ancora assieme: da quelle sulla
laicità e sui diritti civili all’ultima, quella per una moratoria della pena di
morte alle Nazioni Unite. Del resto procedere con la bussola socialista,
cercare di costruire un partito socialista di ispirazione europea, criticare il
Partito democratico così come si va profilando, può essere fatto meglio e con
maggiore forza se tutta l’area progressista e riformista, che avversa
l’incontro fra Ds e Margherita, si potrà ritrovare insieme. Ci viene domandato
ripetutamente se la nostra contrarietà al Partito democratico è di principio e,
quindi, non potrà mai essere rimossa. Noi rispondiamo che abbiamo ben chiaro il
partito che vogliamo costruire: una formazione libera e laica, pronta a
battersi per ampliare i diritti civili e per modernizzare il nostro costume;
una forza riformista che rivendichi come conquiste importanti la legge del
divorzio e quella sulla legalizzazione dell’aborto, invece di sprofondare
nell’imbarazzo ogni qualvolta sono sollevati questi temi. Noi vorremmo che non
ci fosse reticenza nel portare avanti le unioni di fatto, anche quando
riguardano coppie omosessuali. Il nuovo presidente del partito
socialdemocratico svedese, Mona Sahlin, nell’elenco delle libertà da difendere
ha messo quella di fare l’amore con persone dello stesso sesso, citando una
coppia di donne felicemente presenti nella sala congressuale. Eppure nel
partito socialdemocratico svedese non mancano certo i cristiani, anche se non
sono di osservanza cattolica. Il partito che noi vorremmo dovrebbe essere a
favore delle garanzie e dei diritti. Non dovrebbe assecondare derive
giustizialiste, dovrebbe battersi per introdurre la separazione delle carriere
tra giudice terzo e pubblico ministero, come avviene in quasi tutte le
democrazie occidentali, abbreviare i tempi dei processi con una riduzione a due
dei gradi di giudizio, ampliare il campo e il numero dei giudici di pace per
smaltire processi che sono destinati inesorabilmente alla prescrizione o per
amministrare bene e con tempi rapidi una giustizia civile, sempre più
coincidente con una giustizia incivile, lentissima e spesso inconcludente.
Dovrebbe battersi per riformare il Consiglio Superiore della Magistratura con
l’intento di contrastare la politicizzazione dei giudici che spesso non hanno
la tessera in tasca, ma l’hanno segretamente nascosta nel cuore. Noi siamo per
un partito che faccia della scuola pubblica un suo cardine centrale, rifiutando
di incentivare finanziariamente come prescrive la nostra Costituzione le scuole
private. Non si ha una buona formazione culturale se si organizza il nostro
sistema di istruzione sulla base di tante scuole confessionali. Noi siamo per
porre la ricerca scientifica come aspetto fondamentale della crescita civile ed
economica, al quale assicurare piena libertà al di fuori degli occhiuti sguardi
di tanti santi uffizi e al quale siano date consistenti risorse. Il partito che
noi vorremmo dovrebbe porre, e non a parole, in primo piano la questione
meridionale. Abbiamo ricordato ieri al Senato Giacomo Mancini, che per il
Mezzogiorno e per la Calabria si è sempre battuto, sostenendo politiche attive
nel campo delle infrastrutture e dell’innovazione. E voglio ringraziare per
l’iniziativa il presidente del Senato e quello della Camera che sono qui con
noi stasera. È la strada da seguire anche oggi. Il Sud ha bisogno di sicurezza
contro la grande e piccola criminalità. Noi alla lotta alla mafia, come
socialisti, abbiamo dato un grande contributo: ricordo solo tra i tanti il
sacrificio del nostro compagno Salvatore Carnevale. Sarà possibile mai
costruire un Partito democratico come noi lo vorremmo? Certo è che la
costruzione politica, messa ora in cantiere, appare artificiale: non attrae né
convince. Non crediamo che arrivi ad un livello così basso di percentuale, come
viene dato da un recente sondaggio, ma dubitiamo che possa volare alto. Ciò che
si sta costruendo piace a Rutelli e a Fassino ma piace molto meno a Veltroni e
a Parisi, che pure dell’Ulivo sono stati protagonisti, e provoca reazioni
critiche in dirigenti laici della Margherita come Willer Bordon. Non ci si
deve, quindi, stupire che di fronte all’ingrossamento delle file dell’esercito
dei delusi si riscopra il valore della socialdemocrazia europea. Noi ci proponiamo
certo di raccogliere insieme tutte le famiglie socialiste disperse, come il
nuovo Psi di Gianni de Michelis e i Socialisti di Bobo Craxi, ma siamo pronti
al confronto con tutti coloro che vogliono mantenere come riferimento la
socialdemocrazia europea. Non pensiamo affatto che questo dialogo debba essere
ristretto solo a coloro che provengono dalla storia del movimento operaio
italiano. Avendo ben chiara la nostra direzione di marcia, riteniamo che si
possa avere una convergenza di tutte quelle forze riformiste, liberali,
radicali e laiche che non si ritrovano nel Partito democratico. La nostra è
un’argomentazione assolutamente chiara che non si presta ad equivoci. Il nostro
Congresso straordinario è chiamato ad esprimersi senza riserve su questa piattaforma
politica. Noi non facciamo dipendere da questo atteggiamento sul Partito
democratico il nostro comportamento nei confronti del governo Prodi, che
continuerà ad avere il nostro pieno appoggio. Non ci nascondiamo però i limiti
che ha questa esperienza politica. Non ne addebitiamo le colpe al Presidente
del Consiglio. Quella del centro sinistra è una coalizione eterogenea, nella
quale contano eccessivamente le componenti di estrema sinistra, da Rifondazione
comunista ai Comunisti italiani e, non poche volte, anche dai Verdi. Sappiamo
bene che il tallone d’Achille del Governo Prodi è rappresentato dalla ristretta
maggioranza su cui può contare al Senato. Tuttavia pensiamo che si sarebbe
potuto fare di più. Non ci ha convinto durante la Finanziaria il persistente
rifiuto a destinare nuove risorse all’innovazione, alla ricerca e alla scuola,
come se si trattasse di temi del tutto marginali e secondari. Noi abbiamo
sostenuto l’opera di risanamento che è stata avviata dal Governo Prodi e dal
ministro dell’Economia Padoa Schioppa, nella convinzione che, se non si
risistemano i conti pubblici, sul nostro bilancio peseranno sempre, e tanto,
gli interessi del debito. Non abbiamo mai visto una contrapposizione tra
risanamento e sviluppo, che sono le due facce di una stessa medaglia. Oggi ci
troviamo di fronte ad un extragettito sul quale vi è stato un vero e proprio
assalto alla diligenza. Noi abbiamo condiviso con gli altri gruppi dell’Ulivo
che una parte di queste risorse andasse destinata all’abolizione dell’Ici sulla
prima casa e su un sostegno ai ceti più indigenti per fronteggiare affitti
crescenti. Siamo altresì del parere che parte di queste risorse debbano essere
destinate alla ricerca e alla scuola. Consideriamo queste scelte strategiche,
perché vanno incontro in modo selettivo ad una riduzione della pressione
fiscale e d’altro canto aprono ad un orizzonte di sviluppo fondato
sull’innovazione. Non ci siamo schierati con coloro che volevano praticare la
politica della lesina nei confronti del contratto degli statali e in
particolare di quello degli insegnanti. Sappiamo bene quanto sia difficile
andare avanti con stipendi comunque modesti. Tuttavia, avremmo preferito più
coraggio nel premiare il merito ed incentivare l’efficienza della Pubblica
Amministrazione. Siamo tra i più convinti sostenitori che si debba continuare a
diminuire la pressione fiscale sulle imprese e unificare la tassazione sulla
rendita, introducendo anche una aliquota fissa per gli affitti, come misura per
far emergere il nero che esiste in questo settore. Tuttavia, questa operazione
complessiva va fatta con la nuova Finanziaria per il 2008. Il governo sta
vivendo una fase assai difficile perché il cambiamento della legge elettorale è
diventata una vera e propria emergenza nazionale. Clemente Mastella ha
addirittura minacciato una crisi di governo se non si eviterà il referendum. Le
assicurazioni date dal ministro Chiti per una rapida approvazione di una nuova
legge elettorale non corrispondono alle intenzioni dei Ds e della Margherita, che
vogliono cogliere questa occasione per spazzare via i partiti minori e rimanere
da soli padroni del campo. Non si capirebbe, infatti, perché all’improvviso Ds
e Margherita hanno ritirato fuori la proposta di una legge maggioritaria a
doppio turno, che non trova consenso né negli altri partiti del centro sinistra
né in quelli dell’opposizione. In queste condizioni, come ha osservato Roberto
Villetti dopo il suo incontro di ieri con Prodi e con Chiti, difficilmente si
potrà fare una nuova legge elettorale e probabilmente si andrà al referendum,
mentre Ds e Margherita lavorano, consapevolmente o inconsapevolmente, per una
crisi di governo. Noi abbiamo ripetuto più volte che, adottando il modello del
sindaco d’Italia o quello delle Regioni con i dovuti adeguamenti a livello
nazionale, si potrebbe garantire rappresentatività, governabilità e
bipolarismo. Su queste basi si potrebbe trovare quella larga convergenza
politica e parlamentare necessaria per cambiare le regole del gioco. Noi siamo
convinti che non si possa concludere la lunga transizione italiana e si possa
arrivare ad un panorama politico di tipo europeo attraverso la sola strada
dell’ingegneria elettorale. Questa è una profonda illusione, se non
l’espressione di una vocazione intimamente autoritaria. Noi saremo pure un
nano, per riprendere la descrizione colorita fatta da un politologo di fama
come Giovanni Sartori, ma un nano diverso dagli altri perché cammina appoggiato
sulla spalla di un gigante, rappresentato dalla storia più che secolare del socialismo
italiano. Se fossimo eliminati dalla scena parlamentare con la lama di una
ghigliottina elettorale, si determinerebbe un impoverimento di tutta politica
italiana. Non ci nascondiamo, però, la crisi dei partiti che è assai grave. Non
ignoriamo il carattere oligarchico delle classi dirigenti italiane, fenomeno
questo che non riguarda solo i vertici dei partiti ma coinvolge tutte le élite
nel nostro Paese. Non neghiamo, quindi, la validità di tante osservazioni
critiche che sono venute al sistema dei partiti prima da Mario Segni e poi da
Arturo Parisi, tanto referendari convinti quanto altrettanto convinti
democratici. Ma il problema non si risolve con partiti deboli, anemici,
snervati, disorganizzati, privi di finanziamenti pubblici e alla mercè dell’interessi
delle lobbies economiche e finanziarie. Questo tipo di partiti non esiste in
Europa, dove le democrazie sono solitamente forti e stabili. I partiti italiani
non possono certo pensare di ritornare a prima del collasso della prima
Repubblica con apparati pesanti, funzionari a tempo pieno e con una forte
vocazione ad occupare tutti gli spazi dell’economia e della società civile.
Questo modello, come ricordò a suo tempo Luciano Cafagna, non si riallaccia ai
partiti europei ma al partito fascista che durante il ventennio fece tutt’uno
con lo Stato e con l’economia. Quale che sia il partito che si vuole costruire,
socialdemocratico o democratico, è chiaro che dovrà essere fortemente
innovativo e aperto. Noi pensiamo che si debba costruire in Italia una formazione
politica che non ricalchi schemi tradizionali e burocratici. Noi proponiamo un
partito aperto nel quale possano contare, attraverso primarie e referendum,
elettrici ed elettori. Questa è, innanzitutto, una sfida che riguarda lo Sdi
che deve avviare una fase di profondo rinnovamento. Noi è vero, ci siamo troppo
chiusi in noi stessi. Ciò accade sempre in una comunità che avverte il pericolo
di una sua disgregazione. Non voglio dire che le nostre difficoltà siano giunte
al termine. Non parlo solo delle pressioni amichevoli o meno amichevoli che ci
vengono rivolte per aderire, volenti o nolenti ad una formazione di cui non
condividiamo valori e orientamenti. È all’orizzonte una prova referendaria che
viene agitata come una sorta di minaccia nei confronti delle formazioni minori.
Noi ci rendiamo ben conto che l’attuale legge elettorale non funziona. È
sufficiente guardare al fatto che al Senato il centro sinistra può contare solo
su una ristretta maggioranza. Siamo stati, del resto, colpiti noi stessi persino
dalla sua malaccorta applicazione che ci ha visto esclusi come socialisti e
radicali dall’essere presenti al Senato. Noi siamo del parere che si possa
arrivare ad una semplificazione soprattutto attraverso processi politici. Del
resto non bisogna nascondersi dietro un dito: ciò che più rende difficile la
governabilità non è tanto, o comunque soltanto, la frammentazione ma
soprattutto il peso eccessivo che ha l’estrema sinistra in Italia con ben due
partiti dichiaratamente comunisti. Non ci opponiamo certo a una riforma della
nostra Costituzione, che dalla fine degli anni Settanta sollecitiamo, ma siamo
contrari a farne un alibi per non combinare nulla sulla modifica della legge
elettorale. Anzi, questa incertezza sulla futura legge elettorale deve metterci
in guardia. Ecco perché, rivolgendomi a tutto il Congresso, non mi sento di
dire che si è finalmente chiuso il periodo in cui abbiamo dovuto affrontare le
maggiori difficoltà. Nuove prove ci attendono a distanza di poco tempo. Si
voterà presto in importanti centri come Genova e Palermo, e in tanti altri
piccoli e medi Comuni e Province. In questa occasione avremo tra gli altri
candidati a sindaco nella città di Carrara, il compagno Zubbani, e a Olbia, il
compagno Degortes, e candidato a presidente della provincia di Vercelli, il
compagno Carcò. Non si tratta di candidature concordate a tavolino, ma di
affermazioni raggiunte attraverso le primarie con il coinvolgimento di
elettrici e di elettori del centro sinistra. E anche questo è il segno di una
ripresa del nostro partito. Noi ci presenteremo come Sdi con il nostro simbolo,
costruendo liste aperte a contributi di tutti i socialisti, di laici, di
radicali e di liberali riformatori. Sono certo, come sempre è avvenuto che si
comprenderà l’importanza della posta in gioco in una consultazione che vedrà
coinvolti circa dodici milioni di elettori. Il nostro partito si impegnerà
sicuramente con tutte le sue energie per dimostrare ancora una volta la nostra
presenza politica diffusa su tutto il territorio nazionale. Noi abbiamo anche
per questo bisogno di rinnovarci, di allargare i gruppi dirigenti a livello
nazionale e a livello locale, di avere un maggiore equilibrio fra le
generazioni che sono alla guida del partito, promuovendo l’impegno di giovani
dirigenti cresciuti in questi anni e soprattutto di avere una presenza
crescente delle donne e delle giovani donne nei nostri organismi di direzione
politica. So di toccare un punto dolente. Ogni volta si fanno proclami sulla
condizione di parità tra uomini e donne nel partito per poi dimenticarsene
subito dopo. Questa volta dal nostro congresso deve venire una direttiva
precisa che valga ad ogni livello a cominciare da quello nazionale. Sono io il
primo a rendermi conto che non si può fare in nessun campo tutto e subito.
Tuttavia oggi abbiamo a disposizione nuove risorse che devono essere pienamente
impegnate nella gestione e nella direzione del Partito. Care compagne e cari
compagni non abbiamo affatto esaurito il nostro ruolo. Abbiamo ancora tanto da
fare. Il nostro socialismo liberale è di grande attualità in Italia e in
Europa. Come SDI abbiamo avuto alleanze politiche e progetti comuni con tutti i
riformisti italiani, dai cristiano democratici di sinistra ai liberali
riformatori, agli ambientalisti e ai radicali, ma non abbiamo mai perso la
bussola del socialismo europeo ed internazionale. I socialisti hanno avuto un
grande ruolo nella storia di questo paese. L’Italia è cresciuta grazie anche
alle idee e alle lotte dei socialisti nella società e al governo e continuerà a
crescere se noi sapremo e vorremo ancora mettere al servizio del paese i nostri
progetti e la nostra passione. Più libertà, più sviluppo, perché vogliamo
un’Italia più laica e più giusta. Questo Congresso fa parte di una storia
bellissima che non si è mai interrotta e che continua. Siamo venuti qui per
scrivere una nuova pagina Per noi socialisti c’è ancora tanto da fare e lo
faremo tutti assieme E lo faremo uniti.