Un programma ed un partito per i laici, liberali, radicali e socialisti.
SINTESI DELL’INTERVENTO DI ANDREA PARINI
"Un modello di partito aperto per il Ps"
In Italia convivono oggi partiti che si richiamano al modello
tradizionale, che sono cioè “partiti degli iscritti” secondo la tradizione
italiana ed europea, ed altri partiti che si propongono invece come “partiti degli elettori”, richiamandosi
al modello “americano” dei grandi partiti statunitensi, (anche se va detto
subito che le soluzioni adottate in Italia sono lontane da quel sistema di
equilibri e garanzie che è offerto invece negli USA dai partiti democratico e repubblicano).
In questa relazione vorrei quindi innanzitutto evidenziare le antinomie
tra soluzioni “antiche” e “nuove” in tre settori (aderenti, rappresentanti,
strutture), settori che sono essenziali per definire la forma partito. E vorrei
poi esprimere alcune preferenze a titolo assolutamente personale.
ADERENTI
Quanto agli “aderenti” l’antinomia è fra “partito degli iscritti” e
“partito degli elettori”, e consiste in ciò: che nel modello tradizionale
aderente al partito è l’iscritto, e l’iscrizione comporta diritti e doveri.
L’iscritto ha il diritto di partecipare alla scelta del programma politico e
dei rappresentati del partito, nonché il diritto di controllare e sindacare
l’operato dei rappresentanti, nonché il diritto di candidare se stesso come
dirigente e di proporre lui stesso il programma politico (e se trova il
necessario consenso quella diverrà la linea del partito - almeno a livello di
sezione comunale, e anche a livelli superiori se l’iscritto trova consenso
anche fuori dalla sezione).
Ma l’iscritto ha anche il dovere di “partecipare” alla vita del partito,
il che non significa soltanto dare un
contributo di lavoro e denaro proporzionato alle sue disponibilità, ma
significa anche e soprattutto assumere
l’impegno ad una propria crescita politica e personale illimitata. Nel modello
tradizionale è normale che l’iscritto venga “formato” chiedendogli di
partecipare a discussioni che spaziano dalla politica estera al PRG, dal Piano
del commercio alle tecniche elettorali (ricordate? Tutti i mercoledì in
sezione, per partecipare al Direttivo…).
Il modello tradizionale è democratico e illuminista: si propone di “formare” come potenziale dirigente ciascun
iscritto perché pensa normale (e in questo è democratico) che ognuno di loro
possa diventare davvero il segretario del partito o un eletto nelle istituzioni,
inoltre ritiene (e in questo è illuminista) che solo un iscritto formato ed
informato, un “bonus cives” che potrebbe in prima persona fare politica, sappia
delegare altri, sappia cioè scegliere buoni programmi e buoni rappresentanti,
controllare l’operato degli eletti, ecc. ecc.
Anche se poi nella realtà molti iscritti restano passivi (e vengono però
criticati per la loro mancata partecipazione), resta evidente che l’obbligo di
“partecipare” ha costituito sempre un filtro non piccolo alle adesioni. Nella
Prima Repubblica, a seconda dei partiti e dei luoghi, avevamo 5, o 10, o
massimo 20 iscritti ogni 100 voti di partito. Il che vuol dire che l’80%, il
90%, il 95% degli elettori di un partito non si iscrivevano a quel partito. E
oggi la percentuale degli iscritti
rispetto agli elettori è ancora diminuita.
Nel partito “americano” invece il diritto di scegliere candidati e
programmi spetta di norma agli elettori, senza che in cambio essi debbano
assumere doveri onerosi, come quello di partecipare alla vita del partito.
Ricordiamo che negli Stati Uniti le primarie sono regolate per legge, con ampie
garanzie contro brogli o inganni
RAPPRESENTANTI
Quanto ai “rappresentanti”, l’antinomia è tra “dirigenti di partito” ed
“eletti nelle istituzioni”. Il modello tradizionale li considera ambedue
rappresentanti del partito, e così facendo finisce per privilegiare il partito
rispetto alle istituzioni. Accade infatti che i rapporti all’interno del
Parlamento o di un Consiglio, la definizione del programma di governo, la sua
concreta realizzazione, vengano seguiti non solo dagli eletti ma anche da altri
dirigenti non eletti. E se nel “collettivo” dei rappresentanti eletti e non
eletti l’autorità maggiore è quella del segretario del partito, può accadere
che sia questi a determinare la linea del partito in istituzioni a cui neppure
appartiene (per esempio tutti i Consigli Comunali della Provincia).
Nel partito “americano” invece la primazia spetta senza dubbio agli
eletti e/o ai candidati. Così, per esempio, il leader del partito democratico
americano è il Presidente degli Stati Uniti ovvero, se il Presidente non è
democratico, il candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti. Il
Presidente del Partito Democratico americano è invece un politico di medio
livello che, per intenderci, proseguirà la sua carriera non come candidato alla
Presidenza degli Stati Uniti, ma come capo della CIA o ministro dei trasporti.
STRUTTURE
Infine, quanto alle “strutture”, l’antinomia è tra “strutture
gerarchiche” e “strutture in rete”.
Il modello tradizionale si basa su strutture (la sezione comunale, la
federazione provinciale, il comitato regionale, il partito nazionale) che sono
legate tra loro da precise gerarchie, e che tendono a ripetere un modello
polivalente che accentra più funzioni: “congressuale” (la sezione è il luogo
dove gli iscritti scelgono linea e dirigenti, altrettanto accade ai livelli
superiori coi congressi provinciali, regionali, ecc) “associative” (la sezione
è il luogo dove gli iscritti partecipano, si formano, si informano; ai livelli
superiori il partito dà vita ad associazioni e circoli collaterali) ed
“elettive” (ciascuna struttura ha il compito di dirigere e gestire le campagne
elettorali del proprio livello, e di contribuire a quelle di livello
superiore). Notiamo che il ruolo elettorale delle strutture è così importante
che esse seguono la articolazione elettorale dello Stato in Comuni, Province,
Regioni.
Nel partito “americano” invece le strutture sono “in rete”, con linee
gerarchiche limitate, e soprattutto sono specializzate. A grandi linee possiamo
dire che negli USA le strutture di partito
mantengono una funzione “congressuale” (p.e. organizzano le primarie,
spesso in collaborazione con uffici statali). Mentre la funzione “associativa”
è assolta da un vasto mondo di clubs, di associazioni, di chiese e sette non
necessariamente collaterali al partito, oltrechè da gruppi in rappresentanza di
interessi, comitati di azione politica, ecc. Quanto alla funzione “elettiva”,
essa viene assolta direttamente dagli
staff dei candidati che raccolgono risorse umane e finanziarie dal partite
dalle associazioni.
LO “SPAGHETTI PARTEI”
In conclusione di questa prima parte della relazione, descrittiva, vorrei
ricordare che in Italia i “nuovi partiti” si richiamano al modello americano,
ma di fatto realizzano invece quello che i tedeschi definirebbero uno
“spaghetti-partei”, un ibrido che non offre nessuna delle garanzie democratiche
offerte dal modello americano.
Esula dai fini di questa relazione ogni analisi dei motivi per cui, a
partire dagli anni ’70, i partiti tradizionali hanno iniziato ad essere
considerati da molti come “filtri” che si frapponevano tra elettori ed eletti.
Limitiamoci quindi a dire che tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni
’90 è venuto crescendo negli elettori il desiderio di un rapporto con gli
eletti che fosse diretto, senza mediazioni o compromessi tra partiti, e che le
prime risposte a questa esigenza sono state le leggi per l’elezione diretta dei
sindaci e dei presidenti di provincia.
L’elezione diretta, poi estesa alle regioni e “simulata” alle elezioni
nazionali con l’indicazione del candidato premier, ha a sua volta favorito la
nascita di partiti “personali” (sia a sinistra che a destra, da Sassolino a
Berlusconi passando per i vari Di Pietro, Mastella, ecc.). Nel partito
personale non sono gli iscritti al partito a scegliere il leader e gli altri
rappresentanti, ma è invece il leader a scegliere i rappresentanti del partito
in virtù del consenso conferito dagli elettori direttamente al leader.
E’ inutile dire che nei partiti personali manca qualsivoglia garanzia
democratica. Né gli elettori né gli iscritti possono partecipare alle scelte
dei programmi e dei rappresentanti del partito, scelte che restano appannaggio
del leader. E ovviamente neppure esistono regole precise per sostituire il
leader.
Quanto al Partito Democratico, non possiamo definirlo un partito degli
elettori e degli eletti. Gli elettori ai gazebo hanno scelto Veltroni (ma
sarebbe meglio dire che hanno ratificato la scelta di non meglio identificati
“gruppi dirigenti” interni a Ds e margherita), e non si sa se e come saranno
chiamati a scegliere anche deputati, senatori, consiglieri comunali, ecc.
Per intanto i massimi dirigenti
del PD sono stati scelti da Veltroni, con una procedura che ricorda il
partito personale. Gli elettori non hanno votato i programmi del PD (che vengono rivelati / decisi da Veltroni
poco a poco, a partire dalla legge elettorale). Non è chiaro chi abbia la
primazia tra Veltroni (il dirigente di partito) e Prodi (il capo del governo).
Potremmo continuare a lungo, ma ce n’è abbastanza per dire che anche il PD
appare uno spaghetti-partei, che non garantisce nessuna democrazia interna.
* * *
Questa lunga parte descrittiva mi consente di esser breve
nell’espressione delle mie preferenze circa il "modello di partito per il
Ps". Penso ad un partito tradizionale, e per ciò stesso “controtendenza”,
ma quanto più possibile aperto:
quanto agli
aderenti
Manterrei il modello di “partito degli iscritti” basato sul dovere della
partecipazione. Considero questo modello positivo proprio perché spinge ogni
iscritto a perseguire una crescita politica e personale illimitata, ed a
proporsi in prima persona come protagonista.
Proporrei anche, seguendo l’esempio francese e spagnolo, di prevedere una
seconda forma di adesione “per simpatizzanti” che non preveda l’obbligo di
partecipare alla totalità della vita di partito, ma permetta al simpatizzante
di fare col partito quel che più gli interessa, sui temi che più gli
interessano.
Naturalmente, a doveri ridotti dovrebbero corrispondere diritti ridotti.
E, secondo il modello francese dispiegato con la campagna reclutamento in
occasione delle ultime presidenziali, andrebbe incentivato ogni volta che sia
possibile il passaggio da simpatizzante a iscritto.
quanto ai
rappresentanti
Sposterei il peso a favore degli eletti, cercando un migliore equilibrio
tra il ruolo dei dirigenti di partito, essenziale nella fase di elaborazione
dei programmi e della scelta delle candidature, ed il ruolo degli eletti,
essenziale nella competizione elettorale e nella realizzazione dei programmi.
quanto alle
strutture
Credo indispensabile favorire la formazione e la messa “in rete”, con
linee gerarchiche limitate, di un vasto mondo di clubs, di associazioni, di
comitati di azione politica non necessariamente collaterali al partito e non
necessariamente socialisti
Proporrei di mutuare dallo statuto radicale del 1967 (mai attuato) la
previsione di possibili adesioni al nostro partito di Associazioni e gruppi non
socialisti che perseguono proprie finalità politiche, culturali, sindacali ed
altre, e che sulla base di accordi ad hoc acquistano il diritto, per il periodo
di adesione, di partecipare agli organi dirigenti ed alla vita del PS. Penso
alla possibile adesione di Associazioni e gruppi radicali, laici, liberali che
desiderino mantenere la propria identità politico culturale pur condividendo,
in toto o in parte, il programma del PS.
Parlando di strutture, occorre riflettere anche sulla “tecno-struttura”
che una volta coincideva con l’apparato funzionariale presente in tutte le
province. Per ragioni di costo appare improbabile che il PS possa permettersi
un apparato funzionariale “diffuso sul territorio”. Occorrerà allora fare conto
maggiore sul volontariato sulla diffusione di Internet, organizzando il partito
per circuiti territoriali, telematici e tematici. Occorrerà anche pensare ad
“agenzie professionali specializzate”, da istituire a livello nazionale, che
assistano i volontari dei livelli locali.
Pochi cenni su questi punti:
A)
Circuiti territoriali. Manterrei l’articolazione per
sezioni, federazioni provinciali, comitati regionali. Manteniamo la sezione perché è una fucina di democrazia, e perché
deve dirigere la politica comunale (ritorniamo alle sezioni comunali). In
ciascuna provincia sarebbe opportuno creare altri “circuiti territoriali”, in
via ottimale uno per ciascun collegio uninominale alle elezioni provinciali,
raggruppati poi in un coordinamento di zona omogenea.
B)
Circuiti telematici: abbiamo la possibilità di dotare ogni federazione di un sito web ufficiale, una sede
virtuale di riferimento per gli iscritti e gli elettori. E’ importante la
“alfabetizzazione informatica” degli iscritti perché l’informatica fa
risparmiare tempo lavoro e denaro (tanto tempo, tanto lavoro, tanto
denaro).
C) Circuiti tematici: per scambiare informazioni ed esperienze (le “pratiche migliori” già sperimentate) pensiamo a mettere in rete tra loro per via informatica (e anche, occorrendo, tramite associazioni) i nostri amministratori, gli organizzatori di partito, i cultori di singole discipline, i responsabili di circoli e clubs.
D) Agenzie professionali specializzate. l’esigenza più sentita dai compagni è quella di una più efficace comunicazione politica. Proporrei di dar vita ad un centro nazionale, permanente, di monitoraggio dell’elettorato e di assistenza al partito per il Marketing politico.
Termino questa relazione scusandomi
per i temi importanti che non ho trattato per ragioni di tempo, per
esempio il rapporto con le leggi elettorali, o i problemi del finanziamento.
Nella successiva tavola rotonda sono intervenuti Felice Borgoglio, Alberto Nigra, Dario Veronesi, Silvio Viale, Mimmo Zavettieri, Enzo Marzo, Nicola Cariglia (con un messaggio scritto)